Noi, i giovani e il voto di scambio

Un giornalista ha il dovere di verificare ogni notizia. Perché spesso ha nelle mani la vita delle persone. Ha il dovere di raccontare il vero, di non diffamare, di non creare allarme. Ma un giornalista ha anche il diritto/dovere di togliere il velo da quelle scomode realtà che ogni tipo di potere vorrebbe tenere nascoste.
 Perché -  come ha scritto Horacio Verbitsky, giornalista e scrittore argentino -“giornalismo è diffondere ciò che qualcuno non vuole si sappia, il resto è propaganda. Il suo compito è additare ciò che è nascosto, dare testimonianza e, pertanto, essere molesto”.
Anche in occasione delle recenti elezioni comunali sono tornate a girare con insistenza voci su voti comprati da alcuni candidati e venduti da alcuni cittadini. E la conferma è venuta da molti giovani che spesso ne hanno fatto candida e inquietante ammissione con loro coetanei e anche nelle loro stesse famiglie.
Allora è importante scriverne, parlarne senza sparare nel mucchio. Chi informa quindi si fa carico di questo e scrive a chiare lettere che la stragrande maggioranza dei candidati ha fatto campagna elettorale lealmente, correttamente, usando le “armi” delle idee, delle proposte, degli incontri, dei comizi, dei contatti personali, dell’uso dei social fino agli intramontabili “santini”.
Questo – per dirla con un vecchio adagio – è il “bambino” che va salvato e non va buttato via con l’acqua sporca. Ma resta il problema dell’acqua sporca. Che resta e diventa sempre più putrida e inquina la democrazia.
E’ proprio a difesa della stragrande maggioranza dei  candidati e della stragrande maggioranza dei cittadini che hanno vissuto l’esperienza elettorale con trasparenza che è necessario e doveroso accendere la luce su questa realtà. E non è questione che interessi solo la magistratura.
E’ un fenomeno che presenta diverse implicazioni, tutte importanti, tutte inquietanti, tutte decisive che chiamano in causa tutti, soprattutto le agenzie educative che agiscono in una comunità ad iniziare dalle forze politiche. Non dimenticando  il ruolo anche pedagogico che i partiti, specie quelli di massa, hanno avuto in Italia dal dopoguerra fino alle fine egli anni ’70. Ma dove sono oggi i partiti, spesso sostituiti da consorterie e cartelli elettorali?
E nel momento in cui si punta doverosamente l’indice contro la deprecabile corruzione, tocca anche farsi qualche scomoda domanda e chiedersi che idea di politica, tutti quanti, abbiamo dato ai giovani perché loro non dovessero cedere davanti ad una banconota, che ha cercato di comprare un diritto conquistato spesso a prezzo della vita da altri giovani negli anni della Liberazione?
In un Paese in cui l’educazione civica è ancora un insegnamento residuale, non pochi educatori hanno spesso proposto a uomini di governo ad ogni livello, di farsi promotori, in occasione del 2 giugno, Festa della Repubblica o del 17 marzo quando si celebra la Giornata dell’Unità nazionale, della Costituzione, dell’Inno e della Bandiera, di incontri pubblici ai quali convocare tutti i giovani che nell’anno compiono i 18 anni, per consegnare  una copia della Costituzione e dello Statuto Comunale. Per dire loro che con la maggiore età acquisiscono la più bella dignità pubblica: quella di diventare cittadini, titolari di diritti e di doveri. Uomini e donne chiamati a vivere la libertà nella responsabilità. Cittadini, non sudditi, non clienti!
Allora  suona per tutti questa mesta campagna del mercato del voto. Per la stampa, la politica, le associazioni, le parrocchie, le scuole, le famiglie, che vanno vissuti come spazi per le discussioni, le buone pratiche, il confronto, la sintesi, la sussidiarietà diretta,  i contatti diretti tra i cittadini, l’educazione alla legalità.
C’è da rompere il velo dell’omertà, ma anche quello dell’indifferenza. In un tema alle scuole medie Enzo Biagi scrisse di aver sempre sognato  di fare il giornalista perché lo immaginavo come un vendicatore capace di riparare torti e ingiustizie”. Ma a nessuno, non solo ai giornalisti, è consentito di girare la testa da un’altra parte. 
Nella lettera agli amici, ultima testimonianza prima di essere fucilato a Modena nel novembre del 1944, il19 enne Giacomo Ulivi scriveva che “dobbiamo abituarci a vedere noi la parte di responsabilità che abbiamo dei nostri mali. Per riconoscere quanto da parte nostra si è fatto, per giungere ove siamo giunti.  E per questo dobbiamo prepararci. No, non dite di essere scoraggiati, di non volerne più sapere. Pensate che tutto è successo perché non ne avete più voluto sapere!”
Perché ha ragione Francesco De Gregori “La storia siamo noi nessuno si senta offeso siamo noi questo prato di aghi sotto il cielo la storia siamo noi, attenzione nessuno si senta escluso”.

Valentino Losito




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