LETTERA 215 - OTTOBRE-NOVEMBRE 2021

EDITORIALE : Interindipendenti, appunto!

AUTORE        : Martino Bonazzetti S.M.A. - consigliere Equipe Italia

Tra le tante “novità” che la pandemia ci ha fatto conoscere vi è la scoperta che siamo tutti autonomi e allo stesso tempo tutti dipendenti. Ciò che pare una contraddizione logica è la realtà concreta della nostra esistenza.


La globalizzazione dei social ci aveva portato a credere nella possibilità di essere connessi sempre e ovunque. In un mondo iperconnesso i singoli individui sono liberi di muoversi, di avere scambi, di incontrarsi, in uno spazio omogeneo in grado di generare sempre nuove possibilità. Una condizione che permette un numero sempre più elevato di interazioni, in qualunque angolo del pianeta, con grande facilità e minimi investimenti dal punto di vista relazionale e culturale.


L’esperienza scioccante del lockdown (confinamento), che ha investito l’intero pianeta nei primi mesi del 2020, ha contraddetto tale dinamica, imponendo un’inversione radicale della logica sociale, con effetti che rimangono tutti da capire. Da un giorno all’altro, tutto si è fermato: ci siamo ritrovati bloccati in casa, senza poterci spostare, senza poter viaggiare, con soli contatti virtuali.


La forzata immobilità non è stata solo privazione, ma anche occasione di consapevolezze nuove. Per esempio, scoprire che si può vivere anche senza i ritmi a cui eravamo abituati e che ci parevano essenziali. Per due mesi non abbiamo consumato, salvo i beni di prima necessità. Non abbiamo fatto shopping e le nostre agende si sono svuotate. Molti dei nostri spostamenti sono improvvisamente apparsi per quel che effettivamente erano: non necessari. Abbiamo scoperto che molte faccende possono essere sbrigate anche da casa.


Soprattutto abbiamo scoperto che siamo insieme indipendenti e legati gli uni agli altri. Una relazione paradossale che Raimon Panikkar definisce con un neologismo: interindipendenza, termine che indica simultaneamente una libertà e un legame. L’interindipendenza non è né l’eteronomia, né l’autonomia, ma un’articolazione tra sé e altro da sé: la relazione tra due entità - meglio due soggettività - che sono e restano differenti, definite, ma che al tempo stesso riconoscono che l’una è la condizione per lo sviluppo dell’altra.


Siamo allora obbligati a coniugare vicinanza e distanza, non tanto come due opposti, ma come due facce della relazione.


Non esistono individui o luoghi isole, eppure abbiamo bisogno di luoghi e momenti di intimità, protezione, raccoglimento. Nessun angolo del mondo è immune a questa realtà (come dal contagio, ma anche dal riscaldamento globale, dalla recessione economica o dalle grandi migrazioni); abbiamo bisogno di livelli intermedi di organizzazione (come la casa, la famiglia, l’associazione, le istituzioni politiche, i gruppi religiosi) per proteggerci e anche per poter stare in relazione col mondo che ci circonda.


Senza gli altri non possiamo vivere. È da qui che dobbiamo ricominciare.


Ricominciare a vivere l’alterità come dono e non come pericolo.


Nel rito del battesimo, la prima domanda che il ministro chiede è “Che nome date al vostro bambino?”. Dare un nome significa individuare una identità di persona diversa da noi. Questo riconoscimento ci dona la possibilità di un punto di contatto nel quale le nostre individualità si incontrano ciascuna con le proprie unicità; il contatto (con-tatto) richiede vicinanza (il senso del tatto) ed anche attenzione e rispetto della diversità dell’altro (aver tatto).


Ricominciare a vivere la distanza nella prossimità, per permettere di avere di nuovo uno sguardo che scopre l’Altro nell’altro. Da questa distanza nasce quello spazio libero nel quale ognuno di noi può essere se stesso, scoprendosi e scoprendo l’altro per quello che è, rendendo sempre più viva la relazione. Interindipendenti appunto!


Ricominciamo a vivere l’attenzione e il prendersi cura gli uni degli altri, in quel rapporto che fa delle nostre debolezze, dei nostri limiti la possibilità di camminare insieme, al passo del più debole.


Ricominciare a vivere quell’intimità che non fa perdere la propria identità, ma che permette di estendersi fino all’altro uscendo da sé. Si riscopre la tenerezza, quella voglia dell’abbraccio che tanto abbiamo desiderato in questo periodo, abbraccio che rende il confine del nostro corpo non muro ma luogo di incontro.


Ricominciare a vivere il Movimento come luogo della condivisione di un cammino comune. Durante il lockdown abbiamo avuto il tempo di attuare il metodo nelle nostre case, tempo per approfondire i punti di impegno. . . ora ci è chiesto il coraggio di cercare soluzioni per ritrovare la possibilità dello scambio, del contatto che va oltre la parola.


Ricominciare a vivere la comunità cristiana e i suoi momenti, non più come obbligo, ma come possibilità di relazioni tra noi e con il Dio di Gesù.


Credo che la strada maestra, oltre ovviamente dal Vangelo, ci sia venuta da quelle parole che Papa Francesco ci ha indirizzato: ricominciare a vivere come fratelli, Fratelli tutti.


«Fratelli tutti», [1] scriveva San Francesco d’Assisi per rivolgersi a tutti i fratelli e le sorelle e proporre loro una forma di vita dal sapore di Vangelo. Tra i suoi consigli voglio evidenziarne uno, nel quale invita a un amore che va al di là delle barriere della geografia e dello spazio. Qui egli dichiara beato colui che ama l’altro «quando fosse lontano da lui, quanto se fosse accanto a lui».[2] queste poche e semplici parole ha spiegato l’essenziale di una fraternità aperta, che permette di riconoscere, apprezzare e amare ogni persona al di là della vicinanza fisica, al di là del luogo del mondo dove è nata o dove abita. [FT 1]


[1] Ammonizioni, 6, 1: FF 155.
[2] Ibid., 25: FF 175.

Allegati

Lettera 215




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