LETTERA 208 - MAGGIO-GIUGNO 2020

EDITORIALE : Ci vuole tempo e intimità

AUTORE        : Laura e Ivano Malpangotti - Responsabili regione Noa

Siamo in tempi di coronavirus in cui l’altro diventa portatore di malattia, in cui servono distanze di sicurezza e gli abbracci, le strette di mano, i riti del caffè, dell’aperitivo, i tempi dedicati a sostare con gli altri diventano pericolosi e addirittura un funerale ti è negato. Speriamo che quando leggerete queste nostre righe sia tutto un ricordo.

Ascoltiamo genitori con i figli a casa da scuola, avvertiamo che sono chiamati a una nuova presenza e a gestire il tempo con loro e non più per loro, che si sono abituati a essere impegnati e affaccendati in mille attività perché tutto quanto gira ad alta velocità. Gestire il tempo e la velocità, fare della noia una noia sana che ti fa capire cosa conta e cosa no, sembrano le nuove sfide a cui siamo chiamati. Essere in relazione richiede presenza mentre il distanziamento sociale sembra obbligarci a essere meno relazionali.

Noi vi esortiamo, invece, a non fermarvi, anzi, vogliamo rispondere con forza ed entusiasmo a questo sentirci limitati. Se avremo rispettato le regole e accolto gli inviti delle autorità, avremo avuto anche la possibilità di vivere un tempo in cui far posto a tanti, costruendo uno spazio dentro di noi. Potremo allora, anche se a distanza, far vibrare le corde del cuore, della stima, dell’ascolto, dell’attesa di un solo attimo di nuova intimità, dell’accettazione dell’altro proprio perché “diverso da me”.

Bisogna essere almeno in due per costruire relazioni significative e occorre volerlo, o meglio, bisogna sentire la responsabilità della relazione, cercare dapprima con le nostre forze, di trasformare il nostro rapporto in una relazione sponsale. Occorre tempo per imparare a vivere quel sentirci attratti io da lui e viceversa, il modo diverso di guardare alle situazioni, quel mondo da scoprire e accogliere che nell’altro trova la sua dimora.

In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è Lui che ha amato noi” (I GV 4,10).

Il nostro essere per l’altro deriva dall’essere stati amati per primi da Dio.

La vita è un’avventura.

Ad ogni svolta propone un terreno diverso su cui camminare, fa avvertire uno stato d’animo che fa guardare in modo nuovo tutto quello che incontri. Vivere questa avventura nella relazione di coppia, nel matrimonio, come dice il filosofo Roberto Mancini, implica di “rispondere insieme, nella vita comune, alla Grazia che ci ha scelto e interpellato, rappresenta una via alla santità perché nella sua realtà la donna e l’uomo, e coloro che sono accolti nella comunità cui danno luogo, imparano ad accogliere la vita nella luce dell’amore di Dio, ponendo in essa ogni gioia, ogni incontro, ogni peso, ogni evento”.

La relazione è come la musica, è come la poesia, la senti, l’avverti, è concreta ma senza corpo, non la puoi misurare o vedere, è un bene che rischia di morire se vissuto con superficialità. La nostra relazione è vera per quanto possa essere difficile e faticosa, solo se profonda, solo se investiamo tutto ciò che siamo, se riusciamo a essere nudi di fronte all’altro, se arriviamo a vedere la verità su noi stessi.

Ma chi siamo? Sposi, Amanti, Genitori, Operai, Colleghi, Amici, Figli e molto altro ancora… In tutto questo non siamo soli, costruiamo legami con altri, legami che hanno a che fare con la nostra emotività ed esperienza, con il nostro sentirci accolti e riconosciuti, ascoltati come unici nell’essere quello che siamo. Queste relazioni ci costituiscono e ci costruiscono sempre, ma richiedono tempo e intimità.
 

Ci vuole tempo per conoscersi, capirsi, fare esperienza insieme, mettersi alla prova, attraversare i momenti difficili, celebrare e fissare quelli positivi. Serve tempo per comprendere i diversi punti di vista, le differenti visioni del mondo, per superare le mille automatiche paure dell'altro, che ci difendono dall'essere feriti, umiliati, derisi, ingannati, sfruttati. Ci vuole tempo per tenere in ordine la relazione, puntellarla quando scricchiola, sostenerla quando evolve, per nutrirla quotidianamente, tenerla viva anche nelle possibili lunghe pause e separazioni, per aggiustare le normali incrinature, per attraversare la fatica e la profondità dei conflitti come esperienza vitale, per imparare a comunicare quello che siamo davvero. La relazione ha bisogno di ripetitività, di continuità e gradualità, non ama la fretta, la superficialità.

Ci vuole intimità, l’attenzione ai piccoli gesti, ai dettagli apparentemente insignificanti, alla consapevolezza dell’importanza dell’altro/a. Spesso al contrario, diamo per scontate le reazioni e il ruolo che hanno gli altri nella nostra vita. Quante volte ci siamo accorti che basta un sorriso, basta fermarsi nel preparare un caffè e gustarlo insieme, un breve momento di preghiera, in cui ci confidiamo un pensiero veloce, un dubbio. Nell’intera giornata avvertiamo poi un’armonia con l’altro che non sentivamo al risveglio.Crediamo proprio che viviamo più pienamente se incontriamo qualcuno che non solo ci consola (che grande cosa sarebbe già solo questa), ma ci viene a cercare proprio quando siamo deboli, quando il nostro aspetto non è mascherabile, perché siamo obbligati dalla vita a mostrarci come siamo con le nostre insicurezze e paure. Amarsi è possibile se ci cerchiamo qualunque sia l’abisso in cui possiamo cadere.

Si scopre così in ogni giorno di vita insieme, di essere amati per quello che si è, avvertendo al nostro fianco il segno dell’amore di Dio, che ci cerca sempre, che fa il primo passo, che si sente responsabile dell’amore possibile, che ci chiama.

Sentirsi chiamati per nome a costruire quella reciprocità che rende fertile l'incontro. Fertile la vita.

L’esperienza di una cronica mancanza di tempo, di quanta fatica facciamo ogni giorno per prenderci cura delle relazioni ci fa interrogare su quale relazione educativa siamo riusciti a costruire? Saremo stati in grado di proporre idee, valori e mezzi per poter vivere una vita avventurosa, piena e ricca?

Allegati

Lettera 208




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