LETTERA 206 - DICEMBRE-FEBBRAIO 2019

EDITORIALE : È QUI LA FESTA

AUTORE        : Padre Martino Bonazzetti - consigliere EI

“La nostra festa non deve finire e non finirà perché la festa siamo noi che camminiamo verso te.”

Quante volte ho sentito cantare queste parole durante la celebrazione eucaristica, particolarmente quando ci sono dei bambini, tutti attenti a non perdere il ritmo dei gesti; quante volte, però, rischiamo di perdere il senso delle parole.

Il “festivo” rappresenta perciò un elemento importante dell’esistenza umana: «Le persone cercano ancora questi momenti di fusione che ci strappano dalla quotidianità e ci mettono in contatto con qualcosa al di là di noi stessi» [C. Taylor, L’età secolare]. Proprio per questo, afferma ancora Taylor, le forme religiose che attualmente appaiono in maggiore espansione sono quelle in cui una tale dimensione festiva dell’esistenza viene maggiormente valorizzata e promossa, come nel caso del pentecostalismo. [Matteo - il postmoderno spiegato ai cattolici e ai loro parroci]

Così un autore invita a riscoprire il festivo. Anche il brano del vangelo che ci ha guidato quest’anno si può strutturare attorno a questo tema della festa; ha tanti titoli questa parabola e tra questi credo ci stia bene anche quello di “parabola della festa”.

In fondo tutte e tre le parabole del capitolo 15 di Luca terminano nella festa.

Ci sono tre elementi che accompagnano questa festa.

  • Fare festa
Cosa cerca il figlio minore: una autonomia che si trasformi in festa. Tutto il suo cercare i beni del padre nasce solo dal pensar che la festa siano le cose che lo accompagnano.

Certo nella festa si deve superare la quotidianità: da sempre vestito, cibo, tempo, devono essere abbondanti per poter fare festa; ma la festa siamo noi… perché noi restiamo invece le cose possono anche finire, fino a non far restare che la fame.

Con le cose viene la fama, quando finiscono viene la fame!

Il libro di Proverbi dice: Meglio un tozzo di pane secco con tranquillità che una casa piena di banchetti con discordia. (Pro. 17,1)

  • Cominciarono a far festa
Cominciare a fare festa significa che si entra in un tempo particolare che non è quello della quotidianità. I due momenti non sono, però, separati o, peggio ancora, contrapposti. Abbiamo terminato il periodo delle ferie spesso visto in contrapposizione con il tempo del lavoro. Viviamo alla ricerca del tempo libero per poi riempirlo di cose, dimenticandoci che per le cose importanti occorre liberare il tempo.

Il lavoro non è in funzione del sabato, né il sabato in funzione del lavoro. Non si lavora sei giorni per riposare il settimo, né si riposa il settimo per lavorare gli altri sei. Il rapporto è diverso. I giorni feriali e il giorno festivo svelano, insieme, le due facce della fatica dell’uomo e della sua esistenza. La ferialità mostra che per l’uomo – a differenza che per Dio – la totalità e il compimento non sono ancora raggiunti. Il settimo giorno mostra che la totalità sarà di certo raggiunta, tanto che già ora la si può celebrare e pregustare. (Maggioni, l’umanità nella bibbia).

Festa e quotidianità sono allora non contrapposti ma rivelano il senso l’uno all’altro.La loro differenza viene evidenziata da due elementi talvolta confusi tra loro ma ben diversi: divertimento e gioia.

A partire dagli anni Ottanta l’Occidente è colto dalla febbre del consumismo e dall’infatuazione per la tecnologia. Siamo entrati in un mondo segnato dalle comodità materiali, dal bisogno di sicurezza e dal gusto per il divertimento. Ormai […]«tutto si compra e si vende, si consegna e si porta via». I nostri spazi di sogno sono diventati grandi superfici o piccoli schermi. Cerchiamo la ‘vita vera’ negli ipermercati. Riempiamo i nostri congelatori, i nostri armadi, i nostri granai, e con lo stesso piacere li vuotiamo. […]Ci vendono materia facendoci credere che guadagniamo essere, essere meglio, e noi abbiamo la debolezza di crederci. Non ci dispiace pensare che per essere felici basta saper comprare. «La felicità», mi diceva durante un colloquio un’adolescente triste, «sarebbe la pienezza». Dopo un’esitazione, precisò: «Essere colmata…». Sembrava sincera, il che la rendeva tragica. È vero che aspiriamo a essere saziati. Nella grande festa che ci sta attorno, vogliamo godere di tutto. E poiché il credito è illimitato, non mettiamo freni alle nostre golosità. Ci riempiamo attraverso tutte le nostre incrinature: sempre più immagini, più suoni, più cose da bere e da mangiare… Il nostro benessere si riduce al ‘pienessere’. Stare bene significa essere pieni. [Ternynck, L'uomo di sabbia]

La gioia non si riempie di cose, è lei che riempie di senso anche il più piccolo momento. La gioia è esperienza di pienezza di senso che apre il futuro dell’uomo consentendo la speranza. Essa è connotata da uno speciale rapporto con il tempo: vi può infatti essere una gioia dell’attesa (l’attesa dell’arrivo di una persona cara, l’attesa di una nascita ecc.), una gioia per una presenza, e una gioia del ricordo (o, se si vuole, il ricordo della gioia: la gioia vissuta nel passato viene ri-esperita nel ricordo e grazie ad esso). Questo è particolarmente evidente nella festa, che è la gioia di essere insieme: quando inizia e quando finisce la festa? Non è facile rispondere perché la festa esiste già nella gioia di chi l’attende e la prepara, ed esiste ancora nella gioia di chi la ricorda. Ma poi la gioia è connessa all’esperienza positiva dell’altro e dell’incontro con l’altro.

 Un esempio pratico è il nostro modo di reagire ad un regalo: quando si riceve un dono da un amico, qual è il comportamento da adottare per non farsene un problema? Ci sono cento modi, ma la cosa migliore e più giusta resta sempre: «Grazie! Mi fa piacere! Lo accetto volentieri! Lo trovo bello! Lo terrò in tuo ricordo!». Si ricambia così il piacere. È il modo indubbiamente più semplice e giusto.

Se si abbandona tale semplicità e si comincia a cercar cavilli è sorprendente la quantità di comportamenti errati che ne nascono. Si può cominciare con complimenti affettati: «Ma questo è troppo bello per me, non me lo merito affatto, avrei preferito che lo tenessi tu». Poi toccare il tasto della diffidenza: «Perché me lo ha dato? Che cosa c'è sotto? Ha forse intenzione di crearmi un obbligo? Vuole forse irretirmi con i suoi regali? Oppure umiliarmi, sapendo che non posso contraccambiarlo degnamente?». Certo che diventa un peso non avere la possibilità di sdebitarsi! Si può anche continuare con l'esaminare meticolosamente il regalo: « È veramente autentico? È d'argento o placcato, oppure è una imitazione da poco? Quanto può essergli costato?». E questo può essere solo l’inizio!

Se la festa siamo noi che camminiamo verso te, allora…

  • Bisognava far festa.
Per far festa bisogna prima essere felici. Non vai a una festa per cercare la felicità, ma per esprimerla.

Da questo sorge quel “bisognava”, un obbligo che vien non dall’esterno di noi, ma da una forza interiore che sente il bisogno di essere condivisa.

«Ma bisognava far festa. . .». II fatto che il padre abbia avuto tanta fretta di festeggiare senza indugio e con tutta la sua casa il ritorno alla vita del figlio mostra che il «bisognava» è quello dell’amore estraneo a ogni calcolo, del perdono senza condizioni. Il padre ricorre alla forma verbale impersonale «bisognava» come a far capire che non è possibile non gioire, non è possibile non rispondere a una forte esigenza del cuore. In contrapposizione, il “bisogna” del primogenito - e del minore - passa attraverso il concetto della retribuzione: giustizia che il padre non rifiuta, ma che supera in nome di un altro `bisogna”, che parte dal cuore.

E questo “bisognava” diventa contagioso. La festa è possibile se è festa di tutti e per tutti; se c’è qualcuno che resta fuori, non è festa.

  • Celebrare

Per "festa" cosa intendiamo? Intendiamo esattamente quello spazio umano di relazioni, simboli, segni, parole, gesti, in cui i sensi possano incontrarsi con il Senso. Quanto meno questa è la condizione perché, in un certo contesto, si possa celebrare la festa.

“L’uomo ha bisogno di riti. Una società senza riti e feste, senza celebrazioni e culto sarebbe una società disumana; un formicaio totalmente impegnato nella produzione e nel consumo; una prigione nella quale i giorni scorrerebbero noiosamente gli uni dopo gli altri, in una sequenza indefinitamente simile. Senza ritualità, il cuore della società umana presenterebbe un elettrocardiogramma piatto. La ritualità, infatti, caratterizza l'umanità, è considerata il segno più eloquente dell'emergere dell'umano dal mondo animale. È tramite il rito, la festa e la celebrazione che gli esseri umani sorgono nella loro umanità, la custodiscono, la restaurano, la proteggono, la coltivano; alla lettera: «le rendono culto”. [Fossion, Ricominciare a credere]

“Senza la domenica non possiamo vivere” non è uno slogan ad effetto né l’esclamazione di chi, dopo una settimana di duro lavoro, può finalmente riposarsi. È, al contrario, la testimonianza di fedeltà alla domenica dei 49 martiri di Abitène – una località nell’attuale Tunisia – che nel 304 hanno preferito, contravvenendo ai divieti dell’imperatore Diocleziano, andare incontro alla morte, piuttosto che rinunciare a celebrare il giorno del Signore. Essi erano consapevoli che la loro identità e la loro stessa vita cristiana si basava sul ritrovarsi in assemblea per celebrare l’Eucaristia nel giorno memoriale della Risurrezione.

Il celebrare non è solo quell’azione che riguarda i nostri rapporti con Dio ma pervade tutto il nostro quotidiano. Festa e quotidiano, entrambi celebrano qualcosa di comune:
  • il valore delle cose fatte per gratuità, per amore e non per altro. Il loro fine è nell'atto stesso che le realizza: l'amore, la bellezza e il piacere che si prova mentre li si vive.

  • aprono lo sguardo sulle cose «da vivere», superando l'ordinarietà delle cose «da fare». Se sappiamo cogliere questa apertura alla vita, che ci afferra in queste esperienze e ci sorpassa, siamo portati a uscire da esse diversi cogliendo in esse la fonte della gioia.
Il rischio grande è di trasformare la celebrazione in cerimonia: una serie di gesti ben fatti ma che non trasmettono nessun senso e non producono nessuna “vita nuova” oppure, come il giovane scappato di casa, cercare la festa trasformandola in “delirio festaiolo” dei sensi che però dura poco; lo sa bene il figliol prodigo che si ritrova a "celebrare" poi una strana liturgia che non avrebbe mai immaginato: rubare il cibo alle bestie per sopravvivere.Facciamo festa allora, … “la nostra festa non deve finire e non finirà perché la festa siamo noi che camminiamo verso Te”.

Padre Martino Bonazzetti

EI

Allegati

Lettera 206




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