LETTERA 201 - DICEMBRE-FEBBRAIO 2019

EDITORIALE : CIÓ CHE AVETE IMPARATO

AUTORE        : Concetta e Domenico Di Giesi - Responsabili Regione Sud Est


Ciò che avete imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in me, mettetelo in pratica. (Fil. 4,9)

È una domenica pomeriggio di settembre e non essendoci più la Messa all’aperto nel nostro villaggio al mare, cerchiamo, con tutta la famiglia, una Chiesa nei dintorni di Ostuni. Scopriamo così, a pochi chilometri da casa nostra, una nuova parrocchia con un giovane sacerdote, che ci coinvolge con le sue riflessioni. Il Vangelo è quello di Marco (Mc 7, 31-37) “In quel tempo, Gesù […] venne verso il mare di Galilea […]. Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: “Effatà”, cioè: “Apriti!”. E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente. […]”.

Come accade durante l’ascolto della Parola, ci siamo sentiti interpellati personalmente, in particolare, dai verbi “Gli portarono” e “Lo prese in disparte”: ci siamo visti in quell’incontro del sordomuto con Gesù, incontro che non ci sarebbe stato se non fosse stato portato a Lui da qualcuno che aveva già sperimentato direttamente la concretezza della Sua presenza. È quello che è successo a noi in tanti momenti della nostra vita, quando siamo stati “accompagnati” all’incontro con Cristo da qualcuno la cui testimonianza di fede si è concretizzata nell’esserci per noi e nell’incoraggiarci a cercare le risposte alle nostre domande e alle nostre inquietudini, facendoci sperimentare come sia Lui la fonte della nostra gioia.

Pensiamo ai nostri genitori che, quando eravamo adolescenti, ci hanno indicato una strada e ci hanno incoraggiato a partecipare a gruppi religiosi giovanili, all’interno dei quali la nostra fede ha avuto modo di maturare attraverso l’apprendimento e la relazione con gli altri. Pensiamo agli amici, ai quali avevamo confidato le nostre fragilità e la nostra difficoltà a vivere i primi anni di matrimonio, che ci hanno fatto conoscere l’Equipe Notre Dame. Pensiamo a quelle coppie che, credendo in noi più di quanto noi stessi non eravamo disposti a fare, ci hanno invitato a servire attivamente la comunità delle Équipes Notre Dame.

Il Cardinal Martini, nella sua lettera “Effatà – Apriti”, per noi tanto significativa, perché legata al senso dato al nostro servizio di qualche anno fa nel settore Puglia-A ed alle amicizie sbocciate in Equipe Regione, ci ricorda che “Possiamo comunicare il Vangelo perché anzitutto è stato a noi comunicato da coloro che prima di noi hanno creduto”.

L’esperienza che abbiano vissuto non è fatta solo di episodi, di momenti più o meno eclatanti, ma soprattutto delle relazioni intessute con coppie, sacerdoti e suore della comunità delle Equipes Notre Dame. L’ascolto empatico di chi poteva sembrarci estraneo ci ha aperto il cuore al mistero della vita, attraverso storie, emozioni, sentimenti, sensibilità, sapienza di tante vite originali, diverse, stupefacenti, delle quali ci sentiamo parte, come tessere di un unico coloratissimo mosaico; tra tanti incontri, per esempio, ricordiamo gli équipiers di Tirana, così vicini alla nostra città, Bari, e così poco da noi conosciuti.

Ma tutto quello che abbiamo “… imparato, ricevuto, ascoltato e veduto …” (Fil. 4,9) lo abbiamo messo in pratica? Perché “… se uno ascolta soltanto e non mette in pratica la parola, somiglia a un uomo che osserva il proprio volto in uno specchio. Appena s'è osservato, se ne va, e subito dimentica com'era.” (Gc 1, 23).

Il servizio ha costituito l’uscita dal nostro “recinto”, per mettere in pratica quello che nel tempo, a piene mani, avevamo via via imparato e ricevuto, soprattutto attraverso la relazione con chi il Signore ha voluto porci accanto sul nostro cammino, come nostro prossimo. Prossimo non è, infatti, chi decidiamo noi di incontrare, ma siamo noi che dobbiamo renderci prossimi a chiunque incontriamo; non è avvicinandoci all’altro solo perché, a nostro giudizio, è nel bisogno, ma è mettendoci in comunione con lui che scopriremo il suo bisogno.

È così che, giorno dopo giorno abbiamo provato a testimoniare la gioia dell’incontro con Lui tra noi, verso i nostri figli, nella famiglia, tra gli amici, e scopriamo che prossimo è il vicino di casa, che con la scusa di chiederti un po’ di sale, si ferma a casa tua e ti parla della sua vita e delle sue inquietudini o è il collega, che, in ufficio, tra una pratica e l’altra, ti parla di suo figlio, delle sue delusioni o delle sue aspettative, o, ancora, è l’amico dell’equipe che, con amore e per amore, ti chiede di proseguire nel servizio. Accade, allora, che il conoscente diventa parte di te, perché incominci a prendere a carico le sue sofferenze e la sua complessità e insieme, da fratelli, figli di un solo Padre, camminiamo lungo le imperscrutabili vie della vita, seguendo l’esempio di Gesù; non sempre per quella via facile e soddisfacente che avremmo desiderato, ma, a volte, per quella modesta e faticosa che ci è donata.

Pensiamo, infatti, che ogni giorno, qui e ora, dobbiamo rispondere alla Sua chiamata ed essere testimoni fedeli e coerenti della Sua presenza, a cominciare dalla relazione tra noi due, che si è evoluta dalle vite parallele di due “estranei” che si piacevano e si stimavano, alla conoscenza più intima ed alla consapevolezza di essere uniti e sostenuti dalla presenza viva di Gesù nel nostro matrimonio. E questa consapevolezza, per noi, non ha rappresentato il raggiungimento di un punto di arrivo, ma piuttosto la fonte della certezza che possiamo vivere con gioia la nostra relazione, possiamo rialzarci, perdonandoci a vicenda e riprendere, insieme, con umiltà e con “metodo … END”, a guardare oltre.

Non sappiamo se questo nostro modo di vivere la fede ci renda testimoni credibili agli occhi, per esempio, dei nostri amici, dei nostri parenti, o, in particolare, dei nostri figli che, a volte, ci sentono discutere, ma ci vedono anche riabbracciarci, dopo aver ripreso il filo di una matassa ingarbugliata, grazie al dialogo e all’ascolto, sempre tenendo presente che il Signore è lì in mezzo a noi.

Speriamo, tuttavia, che la nostra testimonianza non sia soltanto quella di una coppia umanamente coerente, bensì, piuttosto, riflesso del mistero di Dio, del suo Amore, ricevuto nella grazia del Sacramento del matrimonio, che poi è la ragione della vera gioia che è in noi e che abbiamo potuto toccare e sperimentare nella nostra coppia.

“Il «testimone», infatti, non indica sé stesso, bensì attesta l’evento che «ha visto» e di cui è stato «reso partecipe» per grazia.” (Paolo VI Evangelii nuntiandi). Come diceva anche il Cardinale Martini, il credente ha nel cuore qualcosa che muove tutte le sue energie: è la “gioia del Vangelo”, la sua novità incomparabile. Chi crede, non può rinunciare a voler comunicare la differenza e l’eccedenza, il “di più” e “l’oltre” che sono costitutivi del Vangelo.

In questo modo l’esperienza della nostra fede individuale si apre al servizio della comunità e manifesta l’operare di Dio nella storia: Effatà!

Allegati

LETTERA 201




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