LETTERA 198 - MAGGIO-GIUGNO 2018

EDITORIALE : IO DEVO TUTTO ALLA PREGHIERA

AUTORE        : p. Francesco Saverio Colonna - consigliere EI

"Tu ed io, non siamo che uno.
È tempo di vedermi in una nuova maniera:
la maniera forte della verità.
Anche nelle tue più comuni occupazioni io sono con te,
perché, pur essendo il più grande, sono anche il più umile.
Ciò che è più oscuro e disprezzato mi attira maggiormente.
Dunque non temere che io mi allontani in questo o quel momento
poiché io ti amo tutto il tempo.
Dimmi che credi alla fedele compagnia del mio Amore.
Rendi forte la tua fede con brevi invocazioni dal tuo cuore:
è legna che getti nel fuoco.
E io lo ravvivo.
Moltiplica i nostri incontri!
Entra, con più gioia, nel pensiero del tuo Dio Salvatore:
Ah! Se ti fosse possibile non uscirne più!"

(Dal diario "Lui è io" di Gabrielle Bossis)

Nel pieno della mia giovinezza, durante gli anni universitari, mi fermai un giorno a riflettere su dove avevo sperimentato la gioia più grande. Era per me motivo di grande felicità studiare a Roma, in università dove incontravo gente di tutto il mondo. Gustavo lo studio della teologia e della psicologia che erano le mie passioni. Mi entusiasmavano i viaggi in Africa dove mi recavo per conoscere altri popoli e altre culture. Vivevo con passione il volontariato nel carcere minorile di Casal del Marmo. Gustavo la bellezza dell’amicizia. Ma alla domanda “Dove ho trovato la gioia più grande?” non ho esitato a rispondere: “Nel silenzio e nella preghiera dei monasteri”. Non di rado infatti andavo a trascorrere tempi di ritiro nel monastero trappista di Frattocchie vicino Roma e in Francia nel monastero cistercense di Lerins e nella comunità di Taizè. Compresi con grande chiarezza interiore che davvero l’esperienza del silenzio e della preghiera valeva più dei viaggi e dello studio. O meglio compresi che nel raccoglimento e nella preghiera trovavo il senso di tutte le altre cose e si dischiudeva in me la gioia più profonda. Quasi senza accorgermene, di fatto quei ritiri hanno permeato tutta la mia esistenza, forgiando le mie scelte e orientando la mia missione di prete.

Padre Caffarel aveva ben compreso il primato dell’orazione da lui vissuto con rigore e assiduità. Tutta la sua esistenza è ben riassunta dalla sua affermazione: “Io devo tutto alla preghiera”. Tre volte all'anno, a febbraio, giugno e ottobre, padre Caffarel si ritagliava un mese intero di ritiro in un monastero. Questi tempi di totale silenzio e preghiera erano per lui di vitale importanza. Egli non puntava alla quantità delle cose da fare, ma alla profondità con cui le compiva. In questa prospettiva comprendiamo perché a partire dal 1973 ha lasciato la guida attiva del Movimento e si è ritirato a Troussures per dedicarsi totalmente alla preghiera e all’animazione dei ritiri spirituali. Egli aveva chiaro che è la docilità allo Spirito che rende efficace l’agire degli uomini. E per vivere secondo lo Spirito occorre che la nostra vita sia segnata dalla preghiera e dal silenzio perché Dio si dona a noi nel silenzio. La fecondità e la vivacità delle Equipe Notre Dame trova radice proprio nel primato che Caffarel ha dato alla dimensione spirituale, all’incontro a tu per tu con Dio. Ora noi abbiamo la responsabilità di non dimenticare questa radice.

Mi sembra che la nostra generazione avverta una grande esigenza di silenzio essendo frastornata dal sovraccarico di suoni, immagini e parole. Non poche persone oggi in effetti stanno scoprendo il valore del silenzio. C’è così tanto chiasso nel mondo che l’esigenza del silenzio sta diventando vitale. Per questa ragione si stanno moltiplicando le proposte di meditazione. Ma c’è, forse, il rischio di cercare il silenzio e basta. In altre parole, di fare del silenzio un fine a se stesso. Invece il silenzio non è un fine ma un mezzo. Caffarel, da vero profeta qual’era, aveva intuito questo pericolo. Il silenzio è utilissimo ma non è questo che ci salva. Alcuni percorsi meditativi possono accrescere un certo benessere personale ma a volte orientano verso una chiusura individualistica. Oppure possono certo aiutare l’uomo a “svuotare la mente” lasciandolo poi però in un vuoto esistenziale. Non basta infatti “silenziare” la mente. Questa operazione deve servire ad accogliere ciò che dà senso all’esistenza.

È Marthe Robin che ha condensato in una frase questa importante verità: “Il silenzio non dona Dio, ma Dio si dona nel silenzio”. Il silenzio infatti è come l’aratura della terra. Potremmo cioè dire: l’aratura non produce il buon grano, ma il buon grano cresce in un terreno ben arato. Fare silenzio è come vangare la terra liberandola dalle erbacce che la infestano. Se non si estirpano le erbe e se non si eliminano le grosse pietre che la ingombrano, la terra non può dare frutti. Ma occorre tuttavia seminare il buon seme e non ci si può certo fermare solo all’aratura. Così è il cuore dell’uomo: è necessario ma non sufficiente liberarlo da tutto ciò che lo appesantisce e lo ingombra. Se ci fermiamo solo all’aratura non faremo mai l'esperienza della gioia per l’abbondanza del raccolto ma sperimenteremo piuttosto il vuoto.

Non basta arare la terra. Non basta fare analisi. Non basta fare meditazione. Non basta fare silenzio, perché l’uomo non basta a se stesso. Ha bisogno di altro, anzi dell’Altro.

La preghiera cristiana infatti non è un mero esercizio meditativo, ma è cercare Dio. Anzi è scoprire di essere cercati da Dio in Cristo Gesù. La preghiera cristiana non è un “perdersi” nel tutto, nel cosmo, nella bellezza del creato ma un “ritrovarsi” nella relazione personale con il Signore.

La favola della bambola di sale spiega bene la prospettiva di alcune pratiche meditative orientali ma non la visione cristiana della comunione con Dio. La bambola, nel racconto, domanda al mare: “Chi sono io?” E il mare risponde: “Vieni e capirai”. Allora avvicinandosi la bambola chiede ancora: “Chi sono io?” E il mare ripete vieni e capirai. Intanto la bambola entra sempre più nelle acque continuando a porre al mare la domanda finché si dissolve completamente nell’immensità del mare. Così, secondo la favola, la bambola comprende chi è perché ritorna al suo principio, a quel mare da cui era scaturita. È bella questa favola e contiene certamente un suo fascino. Tuttavia sottintende la perdita dell’io personale: la bambola si scioglie nelle acque del mare, comprende chi è perdendosi e fondendosi nel tutto.

Al contrario attraverso Gesù noi entriamo in una relazione personale con Dio che scopriamo essere il “Padre” che ci ama di un amore unico. Il vertice della preghiera cristiana è l’invocazione “Abbà” che esprime la gioia di riconoscerci figli amati. La preghiera purifica la nostra mente dalle immagini distorte di Dio e in Gesù comprendiamo che siamo preziosi ai suoi occhi, anzi che noi stessi siamo stati creati a sua immagine. La meta del cristiano non è il dissolvimento nella divinità ma la comunione con le tre Persone Divine. In Dio ciascuno di noi conserva il proprio “nome” e vive la propria individualità in una comunione sempre più perfetta. La preghiera non ha per obiettivo la fusione, ma la comunione con Dio. Così come tra le persone divine non c’è confusione: il Padre, il Figlio e lo Spirito sono tre persone unite da una comunione perfetta e infinita ma distinte. Anche l’amore degli uomini nella prospettiva cristiana non è una fusione né un azzeramento delle diversità, ma una comunione tra persone differenti. Più cresce l’amore e l’unità più cresce la valorizzazione delle differenze. Come gli strumenti di un’orchestra che creano sinfonia conservando le loro diversità.

Il Dio cristiano non è un’entità astratta e indefinita, ma ha un volto preciso che è quello di Gesù Cristo. Il nostro è un Dio che possiamo “ascoltare”, “abbracciare”, “toccare” perché è un Dio che si è fatto carne. Allora immergersi nel silenzio di Cristo non è un'immersione nel vuoto. Il silenzio è un mezzo per poter incontrare Cristo e per poter ascoltare la sua voce. Il silenzio ci apre così a percepire meglio la sua presenza e, lungi dal chiuderci in un’egoistica autoreferenzialità, ci permette invece di crescere nella gioia della comunione con i fratelli. Il fine del silenzio è infatti l’amore e solo nell’amore gustiamo la gioia piena.

Caffarel lamentava che gli équipiers, nel suo tempo, pregavano poco. Per questo ha voluto inserire, tra gli obblighi scritti nella Carta delle END, quello della preghiera quotidiana e del ritiro annuale di “almeno” quarantotto ore. Riscoprirne il valore è vitale per l’unità della coppia, per l’esistenza di una équipe e per la fecondità del movimento. Indispensabile per gustare una gioia profonda.

p. Francesco Saverio Colonna

Allegati

LETTERA 198




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