INIMMAGINABILE L'INFERNO VISSUTO NEI CAMPI DI DETENZIONE DEI MIGRANTI

L’8 luglio di sette anni fa la storica visita di Francesco a Lampedusa. Alla Messa nell'anniversario, il Papa sottolinea che abbiamo una versione “distillata” di quanto accade nei “lager di detenzione” in Libia a chi arriva con la speranza solo di attraversare il mare e esorta a vedere nel volto dei migranti quello del Signore.

Memorabili furono anche le parole del Papa nell’omelia con il richiamo a quella cultura del benessere che ci fa vivere in “bolle di sapone”, belle ma illusorie, portando alla “globalizzazione dell’indifferenza”. Il suo pensiero si sofferma sull’esperienza di quel giorno, sui racconti dei migranti:

C’erano degli interpreti. Uno raccontava cose terribili nella sua lingua, e l’interprete sembrava tradurre bene; ma questo parlava tanto e la traduzione era breve. “Mah – pensai – si vede che questa lingua per esprimersi ha dei giri più lunghi”. Quando sono tornato a casa, il pomeriggio, nella reception, c’era una signora – pace alla sua anima, se n’è andata – che era figlia di etiopi. Capiva la lingua e aveva guardato alla tv l’incontro. E mi ha detto questo: “Senta, quello che il traduttore etiope Le ha detto non è nemmeno la quarta parte delle torture, delle sofferenze, che hanno vissuto loro”. Mi hanno dato la versione “distillata”. Questo succede oggi con la Libia: ci danno una versione “distillata”. La guerra sì è brutta, lo sappiamo, ma voi non immaginate l’inferno che si vive lì, in quei lager di detenzione. E questa gente veniva soltanto con la speranza e di attraversare il mare.

Se avessimo ancora qualche dubbio, ecco la sua parola chiara: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”». «Tutto quello che avete fatto. . .», nel bene e nel male! Questo monito risulta oggi di bruciante attualità. Dovremmo usarlo tutti come punto fondamentale del nostro esame di coscienza, quello che facciamo tutti i giorni. Penso alla Libia, ai campi di detenzione, agli abusi e alle violenze di cui sono vittime i migranti, ai viaggi della speranza, ai salvataggi e ai respingimenti. «Tutto quello che avete fatto… l’avete fatto a me».




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