CRONACHE DI VITA CON IL CORONAVIRUS - Testimonianza di una coppia di équipier

Da Bergamo, 25 marzo 2020

È strano pensare che solo un mese eravamo a Roma, dai nostri amici équipier per decidere insieme le linee d’azione per poter organizzare l’incontro internazionale per le coppie responsabili regionali che si terrà proprio a Roma nel 2021. 
Mentre tornavamo in treno verso Milano i messaggi si facevano intensi, da quelli arrabbiati di nostra figlia Anna, per la chiusura dell’università, a quelli ufficiali per cui venivano definite delle zone rosse e la Lombardia diventava da un giorno all’altro la regione maggiormente colpita dal coronavirus. Vi confessiamo che nel rimbalzare delle notizie ci sentivamo sempre più disorientati e in ansia per le conseguenze che tanta agitazione avrebbe portato nei nostri programmi. Eh sì, perché in quel momento, egoisticamente lo ammettiamo, la nostra preoccupazione era legata al viaggio che da lì a poco avremmo dovuto fare per il nostro servizio, prima a Parigi e poi a Lomé in Africa per la nostra riunione di ERI.
Rientrati a casa e durante tutta la settimana successiva ci sembrava di potercela ancora fare. La tendenza a non creare allarmismi ci dava fiducia e speranza di poter ancora seguire i nostri programmi. Freneticamente lavoravamo per il nostro incontro, nell’illusione che la situazione fosse gestibile. La domenica 8 marzo, i bagagli pronti a essere caricati in auto, è arrivato il primo decreto, impensabile fino a poche ore prima: la Lombardia diventava interamente zona rossa e non ci si poteva muovere dal proprio comune. Se avessimo voluto sfidare il blocco, forse ce l’avremmo fatta a partire e saremmo anche arrivati a Parigi. Quel giorno nessuno ancora ci avrebbe fermato, ma è prevalso il senso civico e il buon senso, e la consapevolezza di una situazione in escalation di cui sentivamo la portata. Non per niente due giorni prima avevamo scritto a tutti i nostri amici di ERI esternando tutte le nostre perplessità e la nostra raccomandazione di rimandare l’incontro. 
Tutto ciò all’inizio non ci ha consolato, ci sentivamo derubati di una esperienza importante a cui non avremmo potuto prendere parte, ed eravamo avviliti e frustrati dalla situazione. 
Ma non sapevamo che il peggio doveva ancora arrivare. Abbiamo preso atto delle attenzioni che venivano richieste, cucito mascherine, limitato gli spostamenti. Nostro figlio Piero lavorava ancora e si sentiva ancora il bisogno di fare una passeggiata in città o di bere un caffè con una amica. Intanto, alcuni nostri amici di ERI erano giunti a Parigi ed erano pronti per il volo verso l’Africa, ma la situazione stava evolvendo nel giro di poche ore e alla fine tutti abbiamo convenuto che non era possibile procedere: insieme abbiamo deciso di annullare il nostro incontro e i nostri amici colombiani e australiani, che già si trovavano a Parigi, sarebbero tornati a casa con il primo volo disponibile, per poi sottoporsi alla quarantena obbligatoria di due settimane nelle loro abitazioni.
Poi tutto è precipitato… e non parliamo dei decreti che sempre più ci limitavano la libertà, ma della consapevolezza che la nostra città di Bergamo era sempre più devastata da questo virus. 
Leggere l’Eco di Bergamo, il giornale della nostra città, non vuol dire leggere solo le notizie, ma entrare in uno spazio cittadino condiviso, in cui la pagina dei necrologi ha da sempre avuto un significato importante, letta ogni giorno dai nostri genitori con rispetto e dignità. Per noi che facciamo correre le notizie personali su WhatsApp forse non aveva lo stesso significato, ma per la vita sociale della nostra città e per una intera generazione di persone ha rappresentato da sempre un modo per celebrare il dolore e gli addii ai conoscenti e alle persone care. È stato spaventoso vedere che dalle due o tre pagine abituali, man mano che passava il tempo si è arrivati a 11 – 12 pagine. È diventato sempre peggio, quasi terrificante, distinguere nomi e volti noti insieme alle notizie che arrivano dai messaggi, non uno o due ma tanti, troppi i nostri morti!
Anche uno zio di Paola tra questi, una persona sana, tranquilla, che era solo anziana, ma ancora attiva e presente nelle nostre vite. È scomparso così, senza che zia e cugini potessero stargli vicino, senza che noi potessimo stare vicini a loro, senza poterlo salutare, senza potergli dare l’estremo saluto, senza che ci rendessimo davvero conto di quello che stava succedendo a lui e alla sua famiglia. E come lui, quanti amici e conoscenti, papà e mamme di amici, persone care con cui abbiamo condiviso gran parte della nostra vita. Tra loro anche tanti gli amici équipier del nostro settore che hanno perso un genitore o un parente. Tra loro molti gli anziani pilastri delle nostre comunità parrocchiali che sono venuti mancare!
Se ne vanno così, soli, e noi ci accorgiamo con dolore e rassegnazione che l’unica cosa che possiamo fare alle notizie di morte che ci giungono è portarle nel nostro cuore e nelle nostre preghiere. Poi cerchi di passare oltre, in un susseguirsi di giornate strane in cui il tempo ha preso una piega nuova, diversa, come se fosse un’altra realtà.
Ancora più scioccante è stato, in ultimo, assistere al passaggio della fila di camion dell’esercito che portavano via i nostri cari, perché sono troppi da cremare per una città come la nostra.
Dagli ospedali le notizie si susseguono. Un’amica infermiera che ci descrive la fatica fisica e psicologica di ogni giorno, un nostro amico équipier che ci racconta dell’affollamento delle corsie e la corsa per poter garantire a tutti le giuste cure. 
Una città al collasso, la nostra Bergamo, una città attonita e triste che non ha tanta voglia di cantare l’Inno d’Italia o suonare dai balconi, ma di accendere dei lumi e raccogliersi in preghiera. Da quella offerta dal nostro vescovo Francesco, con il Rosario dal Santuario della città, e che fa parte della nostra parrocchia, o davanti alla statua di Papa Giovanni XXIII a Sotto il Monte, a quella che rimbalza sul web a cura dei nostri sacerdoti. In parrocchia sono state organizzate delle serate di Lectio Divina a cura del nostro parroco, in collegamento video con internet. Cerchiamo, per quel poco che è possibile, di essere vicino ai nostri sacerdoti, che hanno anche loro il proprio bagaglio di fatiche e di lutti. Il più recente è stata la scomparsa di don Fausto Resmini, personaggio di grande spessore umano e di grande fede, che fino all’ultimo si è speso per i più poveri e i più emarginati.
La nostra famiglia è fortunata, stiamo bene, la nostra casa è grande e noi siamo in sei, ci facciamo compagnia. Ma sappiamo che non per tutti è cosi, e non solo a Bergamo. Restare a casa è necessario, ma la consapevolezza di questa necessità certo non toglie la paura di una telefonata o di un messaggio che annuncia tristi notizie. 
In tutto ciò non manca la voglia di farsi coraggio, di sentirsi vicini, di dare spazio all’amicizia e alla condivisione. 
Con gli amici di ERI abbiamo deciso di sopperire almeno in parte alla riunione annullata in Africa, attrezzandoci con riunioni in video attraverso internet, scegliendo orari adeguati alle coppie che vivono su quattro continenti (Australia, Europa, Africa, Sud America), per pregare insieme e lavorare al nostro programma per l’animazione del Movimento END. È stato bellissimo ed emozionante celebrare insieme l’eucaristia, anche se eravamo lontani fisicamente, tanto che ci è sembrato bello proporre una esperienza simile a tutte le coppie e i consiglieri del mondo, e così è nata l’iniziativa della celebrazione di sabato 22 marzo su Facebook. Abbiamo ricevuto tanti, tantissimi messaggi e telefonate dai nostri amici équipier da tutta Italia e da altre parti del mondo, ed è stata una gioia per noi! 
Per sentirci uniti in famiglia, abbiamo anche organizzato un aperitivo on line con i nostri fratelli e tutti i cugini, un momento di gioia e allegria che ci ha aiutato a ricaricare le batterie. Ci prendiamo cura, come possiamo, dei nostri genitori che vivono da soli nel loro appartamento, e soffrono molto di essere confinati e di non poter uscire a fare due passi. Cerchiamo di stare in continuo contatto, via video con delle lunghe chiacchierate, portando loro la spesa perché non si muovano di casa, facendo loro l’abbonamento on line al giornale per evitare che siano tentati di uscire per comprarlo in edicola. Ci troviamo, come molti altri, a dover smorzare la loro ansia e la loro paura, a cercare di ridare un po’ di speranza. 
Ci rendiamo conto che in periodi come questo siamo richiamati all’umiltà e al riconoscere che siamo piccole creature. Mai abbiamo vissuto un periodo di Quaresima così penitenziale. Mai abbiamo vissuto così forte sulla nostra pelle, nelle nostre giornate, il monito del Mercoledì delle Ceneri: “Ricordati che eri polvere e polvere ritornerai”.
Ci affidiamo tutti insieme alla misericordia di Dio, l’unica roccia solida su cui ci sentiamo di poter costruire la nostra casa perché resista a tutto, anche a un periodo come questo. 
Alla fine di questa “lunga giornata” ci toccherà renderci conto come città che una generazione intera è scomparsa, memoria concreta di quello che siamo, e dovremo fare i conti con questa realtà. Ma sarà anche il momento di prenderci cura gli uni degli altri, di riaprire le braccia agli affetti e riprendere a vivere, anche sapendo che ciò che ci sta succedendo, e non sappiamo ancora in che modo, marcherà una linea di un prima e di un dopo.
E di una cosa siamo fiduciosi: alla fine di questa Quaresima arriverà la Pasqua di Resurrezione, ne siamo certi. 

Paola e Giovanni Cecchini Manara




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