ASCOLTARE IL SILENZIO

Non è una news, ma forse è una novità, di sicuro è una verità. Dedicarsi all’ascolto del silenzio può essere una buona pratica quotidiana. Vi proponiamo un interessante lettura di uno scritto di Angelo Casati, prete e poeta o… poeta e prete, nato a Milano nel 1931, autore di numerose pubblicazioni. Quello che vi proponiamo è apparso nell’ultimo numero del giornalino della “Fraternità di Romena”. In questi tempi vorticosi, diamoci la possibilità di ritornare a vivere, invece di sopravvivere. Ascoltiamo quello che il Silenzio ha da dirci, oltre le parole, che spesso diventano retoriche e logore divenendo portatrici di inganno. Mettiamoci, quindi all’ascolto delle sue parole:

“Vi confesso che, da un po’ di tempo a questa parte, mi nego, sarà una mia malattia a convegni dove per giorni e giorni una relazione sta sul collo di un’altra. Sarà perché sono vecchio e quindi più lento, ma io sento il bisogno di lasciar depositare la parola nell’humus della terra: che stia, la parola, in uno spazio di invisibilità, uno spazio segreto, che troppo affettatamente viene giudicato luogo dell’assenza o tempo dell’inutile. Tempo del “silenzio del seme” nella terra, il silenzio dei nove mesi, mentre oggi tutto è accelerato e a rischio di nascite mostruose.
Seguendo la scansione sapiente del libro del Qohelet potremmo dire che c’è un tempo per parlare, ma c’è anche un tempo per tacere, un tempo per il silenzio.
Dentro, lasciatemi dire, una stagione, la nostra, di parole e di rumore. Non so se qualche volta anche voi siate presi da questo desiderio, che a volte riconosco in me, di uscire nella notte e ascoltare il silenzio delle stelle.  Veniamo, so che esagero, dal paese del disgusto. Dal rumore delle parole. Assordante, impenitente. Un inferno in terra.
Anche la religione si è fatta moltitudine di parole, consumata in documenti di plastica, e nelle chiese qualcuno comincia a provare disagio per il rumore religioso, per le grandi adunate che sono esibizione di tutto, unico assente Dio. Assenza di vento leggero, quello che odorò Elia dalla caverna sull’Oreb: Dio non era nel tuono, nel terremoto, nel guizzo del lampo, era in un fruscio di silenzio, si chinò, passava Dio. Fermati, togliti i andali, come Mosè, in vista del roveto che ardeva e non si consumava. Togliti le tue supponenti definizioni, la terra è sacra. “Il Padre” dirà Gesù “vuole adoratori in spirito e verità”.
A volte mi chiedo che cosa è silenzio. Forse è trattenere il fiato e respirare una presenza.
Trattenere il fiato per fare spazio. In un certo senso svuotarsi o meglio fare posto.”

Scriveva A. De Saint-Exupèry:
“Lo spazio dello spirito, là dove esso può aprire le ali, è il silenzio.”

Ma continuiamo a leggere don Angelo:
“E sfiorare il mistero che avvolge ogni cosa. Lontani da ogni ombra di invasione. Di prepotenza. Di dominio. In estasi, cioè uscendo. Nella più intensa delle comunicazioni. Noi abbiamo nel nostro mondo occidentale privilegiato, fino ad assolutizzarla, la omunicazione verbale. Cancellando o negando importanza a comunicazioni che vivono di silenzi e sono tra le più intense. Io penso che solo chi è rozzo di spirito non sa né percepire né apprezzare o giudicare vuoto il tempo vuoto, il lungo tempo in cui gli innamorati si perdono, senza dire una parola, l’uno negli occhi dell’altro. Il tempo del silenzio degli innamorati.
Ebbene penso che il silenzio stupito sia la condizione perché riaccada il miracolo della creazione, il miracolo che fece vibrare leggera l’aria del mattino del mondo quando le cose uscirono dal grembo del silenzio e presero colore e forma, il colore e la forma della vita. Senza il silenzio le cose ricadono nel nulla: vi passi accanto con il passo distratto, come se gli occhi fossero altrove, passi e non vedi o fai finta di vedere, respingi le cose ancora nel nulla, non le fai esistere.
Diceva in una sua intervista anni fa Ermanno Olmi: “Non si può amare un bosco, se lo si vede solo come una fabbrica di ossigeno. L’amore nasce da un rapporto diretto e c’è un solo modo per conoscere la foresta: inginocchiarsi e guardarla da vicino”. Forse potremmo continuare all’infinito: c’è solo un modo per conoscere Dio, per conoscere una donna, un ragazzo, una città, un prato. . .: “inginocchiarsi e guardarli da vicino”. Guardare gli altri a millimetro di occhi, di viso e di voce, e non da lontano, guardare da innamorati in silenzio.
Se vedessimo la terra, l’umanità, la nostra casa, ogni creatura che incrociamo.
Nella vita con occhi che accarezzano nel silenzio e non invece con aneliti predatori, quante cose cambierebbero. Allora le parole nascerebbero lievi e non di pietra:

“Le parole che pronunciamo” scriveva anni fa un teologo psicoterapeuta, che amo, Eugen Drewerman “dovrebbero essere come il vento che soffia tra le foglie della vigna, leggero, fecondante, tenero. I nostri occhi dovrebbero essere caldi, luminosi come il sole nel cielo, come il sole che allontana ogni paura e scioglie il erreno per le piante che vogliono crescere alla luce e dà ai frutti, che stanno maturando, il coraggio di svilupparsi e dona loro la dolcezza quando giungono alla pienezza della maturazione.
Le nostre mani e il nostro agire dovrebbero essere delicati come una pioggia mattutina e come la rugiada sulle foglie”. Il frutto dell’incantamento, il frutto del silenzio.”

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