ABITARE LA SPERANZA, ACCOGLIERE IL FUTURO

Al ritorno della sessione nazionale.           

In più di seicento, abbiamo provato ad abitare la speranza. Là, piccoli piccoli  sotto il Gran Sasso, lo sguardo a vette per molti nuove, e il cuore che incominciava a farsi modellare, plasmare, dalle parole dei relatori, dal tocco delle testimonianze, dalla vicinanza dei fratelli e da un Padre che attraverso di loro si faceva presente. 
Prati di Tivo, sessione nazionale 2016, i giorni a ridosso dell’Assunta di ferragosto e un tema che invitava gli équipiers d’Italia ad abitare la speranza e accogliere il futuro secondo il mandato paolino della lettera ai Romani:  “non conformatevi ma trasformatevi”. Cinque giorni traboccanti preziosa speranza. Certo, poi siamo tornati alle case, ai paesi e alle città, chilometri di strade rimuginando, ripensando, temendo di dimenticare quel tesoro e di avvertire  troppo vuoto senza i compagni di strada di quei giorni. Quel punto di ristoro che è la Sessione, come ogni sessione della nostra Equipe Notre- Dame, ancora una volta non ha lasciato le cose come stavano.  Se hai ascoltato un relatore ( il filosofo Roberto Mancini) invitare il cristiano ad una libertà nuova, quella che ti libera dall’ergastolo dell’egoismo e ti pone al servizio della comunione tra gli uomini, piano piano comprendi come puoi lasciarti  leggere dalla Parola ( e credevi di essere tu a leggerla), gustando una libertà che ti sospinge ad aderire all’ ”amore fino in fondo”,  e farne lo scultore della tua vita. Con l’intelligenza della speranza potrai rompere con la mentalità della separazione, quella che ci divide dagli altri ma anche dalla vita vera, disgregando e distruggendo: e solo recuperando le ragioni della convivenza potremo tutti diventare protagonisti della trasformazione di noi stessi e delle relazioni intorno a noi, costruendo speranza in questo mondo dove siamo fratelli e ospiti, tutti. Le sessioni sono fatte così, come la nostra vita di tutti i giorni: ascolti, rifletti, ci preghi sopra accompagnato da chi ha lavorato per te in perfetta gratuità, e poi condividi in quelle équipes di formazione che mescolano volti e nomi nuovi e sconosciuti, e ogni volta è un già visto che ti stupisce e rassicura, perchè da subito, insieme, con loro, fai équipe. E poi ancora attingi da chi condivide con te nelle testimonianze quanto il primo relatore aveva suggerito: esperienze di comunione nella coppia ferita, guarita e custode della speranza degli sposi ( Retrouvaille), nella società, dove famiglie si pongono accanto a famiglie per accompagnare, sanare, far crescere ( esperienza di Pescara), e nella Chiesa, dove presbiteri e laici uniscono vite e percorsi di fraternità, dove la vita di uno è la vita degli altri, dove se ti fai ultimo ricevi meglio il dono degli altri ( Comunità di Fornello).  “La speranza si impara”, dicevano in apertura di sessione le coppie di Equipe Italia, e c’erano tutte, mesi di lavoro per preparare e giornate intense per accogliere e risolvere, e con amore paziente accudire: “ed è concretezza, la nostra speranza”, aggiungevano, credibili. E proponevano  le fucine,  dove ognuno poteva forgiare le proprie rigidità e durezze trasformandosi con il fuoco di musiche di speranza, di esperienze di speranza, di immagini e parole di speranza da portarsi appresso per un anno, che sarà per gli équipiers, nelle loro vite di coppia e di équipe, e in comunicazione diretta con la Lettera End,  proprio l’anno della speranza. Una speranza da abitare, accogliendo il futuro che, come diceva Roberto Mancini , è il nostro presente laterale, perchè sta qui, ci cammina appresso. Nella giornata dei laboratori  ogni parola e preghiera si facevano  poi leggère ma palpabili, nella costruzione corale di spazi dove lavorare alla speranza: dipingendo, scrivendo suonando cantando e ballando insieme. O insieme o niente. E anche, come diceva nella messa finale don Saverio, diventando come bambini: ovvero riconoscersi, sempre, come figli.  Figli amati dal Padre, e dunque fratelli.  Sta lì, la speranza. 



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